1998 Corriere della sera
E IO PROPONGO UN REFERENDUM di INDRO MONTANELLI
Dicono le cronache - che qualche volta dicono anche il vero - che
D'Alema si trova in difficoltà. Per andare incontro a quelle del suo
antagonista del Polo, e indurlo ad una opposizione più civile, cioè meno
rumorosa e piazzaiola, ha tentato due strade. Prima, quella della
Bicamerale, nel presupposto che, sedute allo stesso tavolo e impegnate
nella stessa impresa, il rapporto fra le due parti si sarebbe incivilito
di forza sua. Poi con la commissione parlamentare d'inchiesta. (Ora pare
che ne voglia sperimentare una terza a cui il Polo, secondo le ultime
notizie, si è già sottratto.) E' stato un seguito di fiaschi e i
fiaschi, in politica, hanno il loro costo. Ma, anche se le soluzioni
erano sbagliate, il problema che D'Alema affrontava rimane in tutta la
sua urgenza. Perché almeno su una cosa crediamo che gl'italiani siano
d'accordo, tanto è solarmente evidente: che fin quando non si sblocca il
caso Berlusconi - e la mia non è certamente una scoperta -, non ci potrà
essere dibattito politico, cioè non ci potrà essere politica. Per cui,
fallite le ricette D'Alema, bisognerà cercare qualche altro rimedio. E
secondo me (parlo al singolare perché si tratta di un'opinione del tutto
personale, che qualcuno scambierà per una celia, e forse lo è), ne
rimane uno solo: il referendum.
Lo so: dopo l'inflazione che ne abbiamo fatta, e che qualcuno minaccia
ancora di farne, la proposta non può che provocare una crisi di rigetto.
Ma credo che si potrebbe superarla con una formulazione del quesito che,
uscendo dall'astratto, ponesse il problema sul piano concreto e con
preciso riferimento, nome e cognome, al caso concreto. Per esempio,
così: «Volete voi l'abrogazione dei reati in base ai quali è stato
condannato l'on. Silvio Berlusconi?».
Naturalmente gli esperti della materia storceranno il naso alla
grossolanità, e forse anche alla brutalità, di questo linguaggio. Ma io
- se non è immodestia - proporrei di lasciarlo così, papale papale, in
modo che tutti ne intendano subito e senza bisogno d'interpreti il
significato e l'intento. Anche perché papale papale è il fine a cui mira
l'on. Berlusconi, che lo pone come condizione non trattabile della sua
rinunzia ad agitare la piazza contro le persecuzioni del «regime» (un
regime che sta rischiando la spaccatura sul prezzo da pagare
all'opposizione per ottenerne un po' di benevolenza).
Prevedo - e non ci vuole molto - le obiezioni. Ma come si può - dirà
qualcuno - indire un referendum su un caso personale? Non si è mai
visto. È vero. Ma non si era nemmeno mai visto un Paese spezzato in due
e paralizzato da un caso personale. Ma - dirà qualche altro - una
vittoria del sì, che i sondaggi del Cavaliere danno per certa, non
significherebbe, oltre che la sconfessione della Magistratura, il
rinnegamento di Tangentopoli, la riabilitazione indiscriminata delle sue
cosiddette «vittime», anche la definitiva rinunzia a qualsiasi speranza
di radicale bonifica della nostra vita pubblica? Certo che
significherebbe tutto ciò. Ma è appunto per questo che proponiamo il
referendum: perché la responsabilità e il peso di una simile decisione
può assumerseli soltanto il popolo. Sta a lui dire e decidere se sia
ammissibile, anzi concepibile, che un caso personale possa bloccare e
paralizzare la vita della Nazione; e come, se questo caso si dà, vada
trattato.
Eppoi, diciamo la verità: qui si tratta anche di approfittare
dell'occasione per prendere qualche precauzione per l'avvenire. In
Italia - ormai lo sappiamo - può succedere di tutto. Per almeno impedire
che Palazzo Chigi o addirittura il Quirinale possano diventare
appannaggio di qualche avanzo di galera (senza nessuna allusione, per
carità, al Cavaliere), non c'è, di sicuro, che un modo: abolire la
galera.
Sempre per parlare, si capisce, per celia, come nella nostra lingua
conviene fare quando si cerca di dire delle cose serie.